Oliver Beer, cose viste e sentite al Thaddaeus Ropac

Oliver Beer installation

Oliver Beer, Household Gods (Grandmother), 2019 16 vessels, 2 speakers, 18 plinths, 380 x 470 x 600 cm (149,61 x 185,04 x 236,22 in) (OB 1217)

Oliver Beer, Recomposition (Gospel Onyx), 2018 Predynastic Egyptian black topped redware c.3100 BCE, 20th century Italian white ceramic, Victorian terracotta; sectioned and set in resin

Oliver Beer Recomposition (Starry Starry Night), 2018 Guitar machine heads, string pegs; sectioned and set in resin, framed

Trulli
Oliver Beer installation
Trulli
Oliver Beer, Household Gods (Grandmother), 2019 16 vessels, 2 speakers, 18 plinths, 380 x 470 x 600 cm (149,61 x 185,04 x 236,22 in) (OB 1217)
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Oliver Beer, Recomposition (Gospel Onyx), 2018 Predynastic Egyptian black topped redware c.3100 BCE, 20th century Italian white ceramic, Victorian terracotta; sectioned and set in resin
Trulli
Oliver Beer Recomposition (Starry Starry Night), 2018 Guitar machine heads, string pegs; sectioned and set in resin, framed

#PARIS Al Thaddaeus Ropac rue Debelleyme, probabilmente una delle mostre più inaspettate a Parigi, o in qualsiasi altro luogo, altrettanto. Ma qui e’ dove Birra di Oliverartista britannico nato nel 1985, mostra “Dèi domestici”, che può essere tradotto come “Dèi domestici”. Oliver Beer ha un doppio background come artista (Ruskin School of Drawing, Oxford) e come musicista (Academy of Contemporary Music, Guilford). Nel 2008 ha inaugurato il progetto di risonanza, avviato nell’Abbazia di Farfa, in Italia. Si tratta di riprodurre musica sugli oggetti. Quando la metti in questo modo, sembra a dir poco enigmatico.

A Ropac, quindi, abbiamo oggetti posti su piedistalli, come sculture. Finora, nient’altro che classico. Ciò che è molto meno è che sopra o addirittura all’interno di ogni oggetto c’è un microfono su un’asta. Va notato che tutto è bello, gli oggetti come pattern sonoro. Oliver Beer non ha scelto i suoi oggetti a caso, ma in virtù del loro aspetto estetico, suppongo, familiare e soprattutto acustico. Così sentiamo note, onde musicali prodotte dagli oggetti.

Avremo capito che gli dei domestici, come quelli considerati nella nostra contemporaneità, sono quelli investiti dai loro proprietari per il loro valore artistico, monetario, emotivo, pratico o altro. Oliver Beer, oltre a mostrare il luogo elettivo (le basi) che tengono, aggiunge un’altra dimensione, quella della loro natura profonda e sonora, che in un certo senso deve solo essere vibrata. Come fa Beer a ottenerlo, con solo un microfono e un supporto per tutti? Questa è la domanda artistica che ci si pone. Quanto a noi spettatori, siamo di fronte ad oggetti sovradeterminati, la cui presenza, già invasiva nel nostro mondo attuale, viene di conseguenza esaltata dalla loro espressione sonora. E’ la cantilena degli oggetti commerciali. Ma non solo quello. Poiché è anche musica contemporanea, musica che non può essere venduta, non per la sua qualità, ma perché è tutt’altro che commerciale. E così ci troviamo di fronte ad un’installazione a forma di ossimoro e chiasmo. Bella postura raggiunta da Beer.

 

Oliver Beer “Dèi della casa”
12 gennaio-16 febbraio
Galleria Thaddaeus Ropac-Marais
7 rue Debelleyme75003
Parigi

 

Léon Mychkine

Léon Mychkine è lo pseudonimo di un critico d’arte, intervistatore e fotografo, che scrive sul proprio sito web: Art-icle. Il suo vero nome è facile da trovare, ed è uno scrittore, poeta ...

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