Incontro con François Réau

©François Réau

RENAISSANCE +1©François Réau

Comme Orphée©François Réau

Clematis vitalba©François Réau

Panta Rhei ©François Réau

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Trulli
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#PARIS E’ stato all’Art Paris che abbiamo incontrato François Réau. Artista multidisciplinare, il suo lavoro si basa principalmente sul disegno e l’installazione. Il suo lavoro solleva il principio della comparsa e della scomparsa della figura e dei motivi, al centro dei materiali, mentre spinge i limiti del disegno proiettandolo nello spazio. In occasione di Art Paris, abbiamo incontrato questo artista naturale che interrompe la pratica del disegno e trascende lo spazio del paesaggio.

Patrice Huchet: Anche se il disegno non si rivela immediatamente a prima vista, è la natura che appare nel tuo lavoro, in che misura è un soggetto importante per te?

François Réau: È proprio la natura, ma non è proprio questo argomento in sé che mi interessa. Non è l’unico elemento su cui sto lavorando, il paesaggio o la natura sono solo un pretesto per parlare di cose più grandi di noi, come il cosmo, i cicli del tempo e dello spazio. Sono anche questi temi che mi hanno permesso di sviluppare una pratica di disegno come esperienza temporale. Inoltre, molte delle proposte che ho fatto riecheggiano questa idea di lavoro infinito e danno al disegno la possibilità di essere uno spazio e un tempo di esperienza di pensiero visivo. Questo è anche il motivo per cui non parlo necessariamente di paesaggio, ma piuttosto di spazio paesaggistico in quanto quando ci si trova di fronte a uno dei miei dispositivi non penso che ci si trovi di fronte a questo, ma piuttosto dentro come per un paesaggio, con l’idea che si è parte di un tutto. L’immersione è fondamentale nel mio approccio, con le mie installazioni o grandi disegni cerco di coinvolgere il corpo dello spettatore oltre il semplice sguardo.

Patrice Huchet: è per questo che avete bisogno di uscire dalla scatola?

François Réau: Questo punto è interessante perché nella mia pratica c’è una domanda sui movimenti del tempo e dello spazio, come ho potuto dire prima, ma anche sulla pratica contemporanea del disegno. In un certo senso, sto cercando di spingere i limiti del mezzo di disegno. Questo comporta diversi modi di espressione che coinvolgono il corpo dello spettatore ma anche il nostro modo di guardare. Il primo è quello di proporre disegni di grandi dimensioni e il secondo è più legato all’aspetto prospettico del disegno e nel quale disegnerò nello spazio con materiali diversi come corda, filo, piante o luce. Un intero dispositivo che toglierà il disegno dalla sua bidimensionalità o dalla sua cornice per penetrare nello spazio espositivo e mentale dello spettatore. Significa anche creare una forma ibrida di progettazione/installazione in cui è possibile avere diversi punti di vista per costringere lo spettatore a cambiare punto di vista. Il disegno viene così svelato in modo mobile e scongelato per favorire l’impegno dello spettatore. E’ anche la questione di come lasciare spazio agli indecidibili. L’indecidibile è anche proprio l’esperienza di non voler congelare le cose e penso che l’immagine abbia ancora oggi una grande capacità di aprire l’immaginazione e un pensiero di ciò che verrà, di aprire possibilità in breve. Quando un dispositivo o un disegno dà tutto ciò che deve pensare, cioè quando lo vediamo siamo nel riconoscimento di un paesaggio o del suo soggetto, l’immagine si svuota della sua capacità di produrre pensiero.

Patrice Huchet: In questa nozione di impegno del corpo che si provoca nello spettatore, ho notato che le linee e le caratteristiche, soprattutto sui grandi formati, richiedono anche un impegno fisico da parte vostra. Forse una parte performativa?

François Réau: Certo, ma viene anche dalla mia pratica perché disegno in piedi, il mio corpo si immerge nel dispositivo che progetto. I limiti che cerco di spingere nel disegno di grandi dimensioni coinvolgono tutto il corpo. Poiché i formati sono spesso più grandi di me, può esserci questa idea di confronto che potrebbe essere più vicina alla performance, una linea di lavoro che non escludo più e che mi interessa molto anche per quanto riguarda lo spazio e il tempo nel disegno performativo.

Patrice Huchet: Nella tua pratica, chi guida l’altro, il disegno o l’installazione? C’è qualche tipo di preconscio o solo tracce di memoria delle tue peregrinazioni? È uno schema preconcettuale o è il lavoro che decide la strada da seguire? Come si attua questa pratica?

François Réau: È tutto questo allo stesso tempo, una sintesi o sogno, realtà e finzione si mescolano. Alcuni pezzi sono stati prodotti senza uno scopo preciso e la rivelazione è stata fatta a posteriori. A volte è discutendo con altri che le chiavi per leggere il lavoro arrivano. Anche i dispositivi che costruisco sono giocati tra gli effetti della memoria, le risonanze dello spazio e del paesaggio e il filo conduttore di una storia che ho concepito. E poi c’è anche l’idea classica che un dispositivo di plastica potrebbe essere prima il mistero o la messa in discussione di una presenza. Dal momento in cui faccio di un dispositivo il vettore di una sensazione, non è più la sua presenza che conta, ma la sua capacità di interagire con il visitatore o con un luogo. In sostanza, si tratta di sostituire la tradizione del monologo del lavoro con la possibilità di dialogo nella situazione.

Patrice Huchet: Il disegno non si scopre immediatamente, dobbiamo domarlo o è quello che ci doma. C’è spesso un gioco di apparenza/scomparsa. E ho notato altri confini: tra astrazione e figurazione, tra decadenza e rinascita….. cosa puoi dire a riguardo?

François Réau: E’ assolutamente corretto e non credo che questi elementi siano in opposizione. Sarebbero anche piuttosto complementari. Lo possiamo capire molto bene con la cultura asiatica dove il pieno e il vuoto sono importanti e fanno parte di un tutto, in un equilibrio del mondo. Trovo molto interessante lavorare su queste nozioni e il mio lavoro esprime anche questo tra due, tra sogno e realtà. Le cose non sono molto precise, è una combinazione di caso, eventi reali ed eventi personali. Non necessariamente mi piace che le cose siano definite e fissate, cerco anche di fare in modo che tutto questo avvenga per proporre diverse interpretazioni e mettere ognuno di noi in condizione di ricevere l’opera secondo la propria storia ed esperienza. Con lo spazio del paesaggio parlo spesso di spazio di proiezione. C’è un riferimento diretto allo spazio in quanto il paesaggio è la proiezione del sogno interiore. Molte delle mie opere intrecciano legami tra sogno e realtà e il paesaggio può anche diventare lo strumento di una metafora poetica che offrirà all’occhio un potenziale di rinascita. Quindi costruisco anche immagini che richiedono la proiezione da parte di tutti coloro che le guardano. Un’immagine funziona su più livelli, cioè è l’intera gamma di costruzione dell’immagine che ci permette di aprirci alle nostre storie, è anche la costruzione di questo legame tra un’immagine che non vuole dare troppe informazioni e che può apparire come si fa notare tra astrazione e figurazione o tra decadimento e rinascita.

Patrice Huchet: Prima ti riferivi a Soulage, che mi porta a una domanda sul nero. Lavori con la grafite, la miniera di piombo, il carbone….. qual è il tuo rapporto con questo colore?

François Réau: In realtà, ci sono diversi elementi di attrazione. Il primo può essere collegato alla mia storia personale; mio nonno era un bullo, ho un legame abbastanza naturale con il carbone e questo colore. Il nero mi attrae, ma non solo per ragioni estetiche, soprattutto perché può lasciare uno spazio di interpretazione con implicazioni simboliche molto forti. Come quest’ultimo si trasformerà in percezione e come la sua presenza potrà dialogare con il visitatore. Nei miei disegni e con queste sfumature di grigio penso che ci sia un potere evocativo a volte molto più forte che con il colore. E’ questa libertà di interpretazione che voglio avere anche con il nero. In alcune delle mie stanze non sappiamo se si tratta di acqua o fuoco, siamo di nuovo nel mezzo.

Patrice Huchet: Non so se si tratta di una ricorrenza o di un’eccezionalità, è l’uso degli specchi in alcune delle tue installazioni: la Drawing Machine durante una residenza in Australia e sull’attuale installazione all’Espace d’Art Absolument. Cosa rappresenta?

François Réau: Lo specchio per me rappresenta l’assenza, è in un certo senso il grado zero della pittura o il grado zero del disegno. Lo trovo interessante anche per le possibilità visive e percettive che può provocare nello spettatore. Per esempio, durante il progetto in Australia, avevo questo cubo nella schiena, una macchina da disegno che disegnava mentre camminavo. E’ stato il mio movimento che ha messo in azione le matite, se mi fermo, il disegno non avviene più. Allo stesso tempo, le pareti della scatola sono esternamente coperte di specchi. Era anche l’idea di astrarre da se stessi per fondersi nel paesaggio e nell’ambiente in cui mi sono trovato, quasi a rivelarlo o comprenderlo meglio. In questo contesto, rimane solo il cosmo, gli elementi, la natura e questo paesaggio che prende vita mentre cammino. Questo cubo diventa poi uno spazio di proiezione con questi specchi che riflettono gli elementi che mi circondano.

Nel caso dell’installazione nello spazio Absolutely Art Space, questi specchi accompagnano un disegno in cui il paesaggio è un caos, forse una foresta primitiva con un’eclissi nel cielo. Di fronte a questo grande disegno, è presente un dispositivo che presenta un assemblaggio di clematide selvatiche e specchi, il cui numero e disposizione occupano parte della suite di Fibonacci, un matematico italiano, il cui lavoro ha permesso di comprendere notevolmente il numero d’oro. Quello che mi interessava qui è l’idea che anche nel caos o in natura, c’è un ordine, un ordine matematico invisibile degli elementi al di fuori dell’intervento dell’uomo e il cui fragile equilibrio del cosmo risuona con noi. La forma circolare degli specchi si riferisce direttamente all’eclissi rappresentata nel cielo. Anche qui siamo in un’altra interpretazione del cosmo e dei suoi cicli. Un soggetto ne contiene altri e c’è un riferimento alla letteratura di Lewis Carroll, con l’invito ad andare dietro lo specchio perché a volte si vuole andare oltre il paesaggio. Cosa c’è dietro quello specchio? Da un punto di vista poetico c’è questa idea che ci piacerebbe sapere cosa c’è oltre. Qual è la promessa di questa linea d’orizzonte?

Patrice Huchet: In ogni caso, siete molto presenti al momento, alla H Gallery, all’Espace Art Absolument. Abbiamo visto il tuo lavoro al DDessin, quali sono i tuoi prossimi progetti?

François Réau: Ce ne sono abbastanza, attualmente sono in residenza presso l’Abbazia Reale di Fontevraud vicino a Saumur, per preparare una mostra che aprirà il 21 giugno. Mi è stato affidato il cuore della chiesa abbaziale, uno spazio di quasi 300 m2 in cui presenterò un grande dispositivo che combinerà disegno e installazione. Un po’ prima, avrò una mostra personale al Museo Saint Roch di Issoudun che aprirà il 18 maggio e continuerà fino a dicembre. Questa mostra fa parte della celebrazione del 500° anniversario del Rinascimento nella Valle della Loira. Anno scelto perché corrisponde alla data dell’anniversario della morte di Leonardo da Vinci, alla nascita di Catherine de Médicis e alla posa della prima pietra del Castello di Chambord. Infine a settembre sarò ad Aix en Provence per un progetto per il quale la messa in servizio generale è assicurata dal Frac PACA. Un anno impegnativo davanti a noi.

 

Bio François Réau

Finalista del Premio “Talenti Contemporanei” della Fondazione François Schneider nel 2015 e 2016, è stato oggetto di numerose mostre personali e collettive in Francia e all’estero a Londra, Bruxelles, Torino e Pechino. Le sue opere e installazioni sono state esposte a Lille3000, Mons 2015 Capitale Europea della Cultura, al Guoyi Art Museum di Pechino ma anche al Palais de Tokyo di Parigi 2016. Ha appena completato una lunga ricerca e residenza creativa con l’Ambasciata di Francia in Australia e ha presentato il suo ultimo lavoro nell’aprile 2018 alla Eildon Gallery di Melbourne. È rappresentato dalla Galleria H di Parigi.

Patrice Huchet

Appassionato fin da bambino di tutte le forme di espressione artistica, ha iniziato la sua carriera nel mondo del turismo dove ha praticato la fotografia di viaggio. In seguito è entrato in unR...

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