Claire Tabouret, una storia di viaggi e immobilità!

Claire Tabouret, My waves, 2019, Acrylique et Encre sur papier 140 x 107 cm Photo© Marten Elder/Courtesy Almine Rech

Claire Tabouret, To the ground (purple) 2019, Acrylique et encre sur papier 107 x 140 cm Photo © Marten Elder/Courtesy Perrotin

Claire Tabouret, Untitled, 2019, Technique mixte 460 x 345 cm, Photo©Marten Elder

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Claire Tabouret, My waves, 2019, Acrylique et Encre sur papier 140 x 107 cm Photo© Marten Elder/Courtesy Almine Rech
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Claire Tabouret, To the ground (purple) 2019, Acrylique et encre sur papier 107 x 140 cm Photo © Marten Elder/Courtesy Perrotin
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Claire Tabouret, Untitled, 2019, Technique mixte 460 x 345 cm, Photo©Marten Elder

#NANTES….. # Se solo il mare potesse dormire….. A questa reverie interrotta, Claire Tabouret dà forma e movimento, solleva con forza le vele della sua pittura nel vecchio capannone delle banane nel porto di Nantes. Una storia di viaggio e immobilità. O addirittura l’esilio, forse, se si considera il disprezzo che alcune istituzioni francesi hanno per la pittura…..

Dall’altra parte dell’Atlantico, Claire Tabouret ci rimanda a opere forti, di una poesia seria dai colori intensi e talvolta dolorosi – dipinti, disegni o sculture in gesso, tutte segnate dalla presenza dei corpi ma anche dalla loro solitudine o assenza dal mondo.

Lo spazio è attraversato da immense vele che l’artista taglia e ricostruisce. Sulla loro quasi trasparenza, dipinge la convulsione o la rigidità dei corpi ridotti a tracce, a impronte come se questo mare fosse anche un campo arato, consegnato a tutti i toni dei drammi o dei sogni dell’umanità. Immagino che ci fosse vita, amore, effusione, ma percepiamo solo un’eco secca, ora vediamo solo l’osso. Claire Tabouret dipinge gli esseri nel momento di un nervo primitivo, soprattutto una narrazione, una psicologia. Sono i fantasmi che ci trafiggono e ci interrogano su chi siamo. I colori non sono più catturati nel regno della natura ma, acidi, emergono da un altro mondo dove voci ovattate ci sussurrano da verità sepolte, dal sogno o dalla possibilità di un altrove a cui la pittura ci permetterebbe di accedere.

Le sagome infestano lo spazio, ondeggiano nel respiro di un’aria di mare di cui soffriamo la misteriosa gravità. Le vele sono piene di queste impronte umane e terrose mentre, sulle pareti, acrilici e inchiostri diffondono la stranezza del loro alone luminoso. Preso in prestito da una poesia di Adone, “If only the sea could sleep” è una superba meditazione sull’orizzonte dei corpi o sulla loro estinzione, sull’impennata dei sentimenti o sulla loro ossificazione, sulla poesia stessa quando l’arte riesce a darle forma come la musica parlerebbe il silenzio.

Claire Tabouret dice: “Dipingo ciò che non vedo” L’arte è allora quell’angolo cieco che la pittura rivela.

 

Fino al 15 settembre

Claire Tabouret, “Se solo il mare potesse dormire”

Galleria HAB, Quai des Antille, Nantes

Michel Gathier

Con una formazione letteraria, Michel Gathier ha sviluppato la passione per l’arte in tenera età, soprattutto durante i lunghi soggiorni all’estero. Ha contribuito alla rivista “...

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