Un disegno….. una linea! “Essere Sisifo”

©Jean-Philippe Roubaud

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Trulli
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Trulli
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Marlène Pegliasco: Jean-Philippe Roubaud, presentaci il tuo percorso professionale.

Jean-Philippe Roubaud: Il mio percorso professionale sembra sempre un po’ strano a posteriori, è lineare e sinuoso. Prima di considerare questo come un progetto di vita, i miei primi amori artistici, incoraggiati dai miei genitori, sono stati il quattrocento e il fumetto. Da bambino, mi hanno lasciato disegnare nei musei di Firenze e ho avuto la mia prima ora di colla a causa del libro di Reiser “They are ugly” che ho portato al C.P. Si tratta di un uomo. Poi un diploma artistico, poi le Belle Arti a Valence e la Villa Arson a Nizza. Tutto questo può sembrare abbastanza semplice e semplice, ma in realtà il mio allenamento è sempre stato un po’ caotico. Ero curioso di sapere tutto. Ho iniziato con una formazione in scultura su pietra e poi pittura e ho anche fatto un soggiorno restaurando dipinti e vecchi soffitti. Tutto questo mentre si persegue una carriera artistica a coppie intorno alla questione della pittura. Cinque anni fa questa collaborazione (di 15 anni) si è conclusa e c’è stata una rivoluzione copernicana. Ho rifondato il mio studio partendo da zero. Si può dire che dopo tutte queste convoluzioni sono tornato ai miei primi amori, insomma all’osso di ciò che mi ha animato fin da bambino, il disegno.

M.P.: Che posto ha il disegno nella tua creazione?
J.-P.R.! Infatti, negli ultimi cinque anni, e’ stato solo lui. Il disegno stesso è diventato il progetto a sé stante. Per essere sicuro che non ci sia ambiguità, ho ridotto la mia tecnica alla grafite (polvere o matita) lavorata a secco o in fase acquosa sistematicamente su carta. Comunque…. nessun colore, solo valori.
Per me, il disegno contiene tutte le possibilità del corpo e tutte le altre arti, architettura, scultura, pittura, pittura, scrittura, matematica….. È il progetto, lo scopo, ma non è solo il punto alfa di qualsiasi pratica. E’ il gesto essenziale che innerva tutte le arti ma deve essere anche un gesto terminale. Per esempio. Il disegno fa nascere la luce solo per contrasto, fa solo il buio e così si è appostato per secoli all’ombra della pittura. Allo stesso modo, a causa della sua fragilità, non può pretendere di assaporare l’eternità della scultura, ma il mondo è cambiato, sono cambiati i modi di vederla e sono cambiati i sistemi di conservazione. Non costruisce nulla, è solo un progetto, ma in un momento in cui una stampante laser sta costruendo una casa, la questione della costruzione, del volume e della materialità è molto più aperta.
Potrei continuare per molto tempo….. ma alla fine è ancora lì.
Disegnare con la sua semplicità è un parco giochi infinito. La sua apparente semplicità è la sua forza e, qualunque cosa si dica, è presente ovunque. Ho la fortuna di vivere in un’epoca che comprende e incoraggia questo movimento e questa responsabilizzazione di questo mezzo.

M.P.: Quali sono le tue ispirazioni?

J.-P.R.: Assumere totalmente il disegno come una pratica unica non significa che io sia raggomitolato sulla mia matita. No, al contrario, guardo con una nuova acutezza a tutto ciò che costituisce le arti in generale.
Si potrebbe anche dire che sono loro a darmi da mangiare.
Tuttavia, per dirla in parole povere, possiamo dire che i miei due quadri preferiti sono “i mariti Arnolfini” di Jean Van Eck e “la pala d’altare di Issenheim” di Mathis Grünewald. Che la mia prima emozione artistica fu il “Perseo” di Benvenuto Cellini a Firenze. Che il lavoro di Gerhardt Richter è per me un modello di intelligenza e bellezza. Che “Quello che amo sono i mostri” di Emil Ferris è un meraviglioso fumetto e che ho imparato a disegnare copiando il lavoro di Jean Giraud (alias Moebius). Che amo appassionatamente il lavoro di artisti contemporanei, come Robert Longo, Vija Celmens, Jean Luc Verna, Jérôme Zonder o Abdelkader Benchama…..
Ma comunque la lista è troppo breve……..

Ritratto di disegnatore:

Se stavate disegnando: imbroglio un po’ ma sceglierò un acquerello, “il grande ciuffo d’erba” di Albrecht Dürer. Una brillante dichiarazione d’amore per il potere dell’arte, La trasfigurazione del banale allo stato grezzo, l’universo su un foglio di carta ma in modo modesto, lontano da ogni rumore. Poter vedere quest’opera mi tocca ancora più che mai, è “L’infinito alla portata di un barboncino” come diceva l’altro.

La tua tecnica preferita? Grafite su carta.

Il supporto più insolito?

Scusa se sono un ragazzo della carta monomaniaca. In realtà, ciò che forse è davvero insolito è usarlo come a volte faccio io, come i volumi o le architetture, e strutturare lo spazio con questo supporto.

“Disegnare è come essere Sisifo, lavorare tutto il giorno e ricominciare la mattina. Per scatenare una guerra che non vinceremo mai, ma nonostante tutto….. per combattere il fiore con una pistola.

Marlène Pegliasco

Laureata in Storia dell’Arte e residente a Tolone, ho creato il blog Art In Var (www.artinvar.fr) per condividere con i miei lettori le ricche notizie artistiche di questo bellissimo dipartim...

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