Un disegno….. una linea! “Capire”

"School’s out" Persona non grata 2019, Mixed media and graphite powder on paper / Japon ©Marie Boralevi

"God knows I'm good" Persona non grata 2019, Mixed media and graphite powder on paper /Japon ©Marie Boralevi

"Youth" Persona non grata 2019, Mixed media and graphite powder on paper / Japon ©Marie Boralevi

"Bunny boy" Persona non grata 2018, Mixed media and graphite powder on paper / Japon ©Marie Boralevi

"Species oddity" Persona non grata 2019, Mixed media and graphite powder on paper / Japon ©Marie Boralevi

Trulli
"School’s out" Persona non grata 2019, Mixed media and graphite powder on paper / Japon ©Marie Boralevi
Trulli
"God knows I'm good" Persona non grata 2019, Mixed media and graphite powder on paper /Japon ©Marie Boralevi
Trulli
"Youth" Persona non grata 2019, Mixed media and graphite powder on paper / Japon ©Marie Boralevi
Trulli
"Bunny boy" Persona non grata 2018, Mixed media and graphite powder on paper / Japon ©Marie Boralevi
Trulli
"Species oddity" Persona non grata 2019, Mixed media and graphite powder on paper / Japon ©Marie Boralevi

Ha trovato la sua strada con l’incisione e ora la completa con il disegno. Due mezzi che rivelano un universo singolare, un sognatore, da cui escono personaggi e animali immaginari. Attraverso le sue opere, Marie Boralevi crea un bestiario enigmatico e personaggi con un’estetica indigena e soggetti infantili in una gioiosa ambientazione ironica. I suoi disegni si inseriscono perfettamente nella mostra “La Belle et la Bête. Regards Fantastiques” presentato fino al 20 ottobre 2019 al Museo Jean Cocteau di Mentone. L’artista 33enne è rappresentato dalla galleria Jean-Louis Ramand di Aix.

Marlène Pegliasco: Marie Boralevi, potresti presentare il tuo percorso professionale?

Marie Boralevi: Sono cresciuta a Montmartre, tra Place du Tertre e Halle Saint-Pierre. I miei primi ricordi di disegni mi riportano a questo museo e a queste strade. Da bambino, ricordo di aver imitato nella mia stanza i disegnatori di cartoni animati che ho visto sulla collinetta sulla strada di casa da scuola. Il disegno faceva parte della mia vita quotidiana. E’ sempre stato naturale disegnare. Mi è sempre piaciuto. Non so perché, perché, a differenza dei miei fratelli che non disegnano affatto, ho avuto bisogno di arte ogni giorno. A quel tempo, mio padre si stava laureando in Storia dell’Arte all’Istituto Michelet e ricordo che i libri d’arte stavano invadendo le pareti dell’appartamento. Li ho sfogliati, mi sono immerso in loro. Ho copiato incisioni, dipinti, disegni. Dürer, Ingres, Michelangelo, sono stati tutti uccisi. E’ stato molto maldestro, certo, ma avevo bisogno di capire e interiorizzare le immagini che mi hanno affascinato e spaventato anche me.
A 12 anni c’è stata una svolta, credo. Dopo aver visto “La chambre à coucher” di Vincent Van Gogh al museo d’Orsay, invece di copiare il quadro (che avevo fatto fino ad allora) ho cercato di restaurare ciò che mi aveva toccato profondamente in questo quadro, e ho finito per allontanarmi dal modello per dipingere la mia stanza. Fu l’inizio di una produzione più personale che da allora non si è mai interrotta. Da adolescente ho continuato questa pratica molto solitaria di pittura e disegno in parallelo con un corso di storia dell’arte alla Sorbona e corsi di copia dopo i maestri delle Belle Arti di Parigi. Stavo seguendo le orme di mio padre, ma sentivo che non mi andava bene, ero stagnante e tecnicamente volevo andare oltre. Sono entrato in una preparazione in arti applicate per provare l’esame di ingresso all’École supérieure des arts et industries graphiques Estienne e imparare l’incisione. Questi due anni di Estienne sono stati molto importanti per l’evoluzione della mia pratica che fino ad allora era stata molto intuitiva.
Ero in contatto con una tecnica impegnativa che ha gettato le basi per il mio modo di lavorare oggi. Dopo la laurea (con le congratulazioni della giuria) ho proseguito gli studi all’École supérieure des arts appliqués Duperré, ma non ho potuto fare pratica in studio e incisione. Ne avevo bisogno. Ne avevo bisogno. Era di vitale importanza. Così ho iniziato ad affittare un laboratorio in parallelo a questo corso per continuare a incidere la sera e nei fine settimana. Poi un giorno la rivista ELLE ha lanciato un concorso per gli États généraux de la femme e il tema era “Qual è la rappresentazione delle donne oggi? ». Era il 2010, ero ancora a Duperré. Sono stato selezionato per esporre a Sciences Po. E l’incisione che ho presentato al concorso ha subito attirato l’attenzione di un collezionista, Evelyne Deret, che ancora oggi mi segue. Ha svolto il ruolo di mecenate e ha aperto un’intera rete di persone che mi ha permesso di esporre il mio lavoro, tra cui il direttore della mostra DDessin, Eve de Meideros, grazie al quale ho incontrato, durante la mostra DDessin 2016, il mio gallerista Jean-Louis Ramand, con cui lavoro ancora oggi.

M.P.: Che posto ha il disegno nella tua creazione?

M.B.: Nel 2013 ho vinto il Premio Pierre Cardin dell’Académie des Beaux-Arts nella sezione incisione grazie alla serie “Animal Kingdom” che ha attirato l’attenzione di Erik Desmazières. Ma un anno dopo, il laboratorio che mi permetteva di fare incisioni chiuse e il tempo di cercarne un altro, dovevo trovare modi di espressione più semplici. La necessità di disegnare divenne presto evidente e vidi in questo cambiamento, l’opportunità di esplorare i grandi formati (cosa che l’incisione su rame non mi permetteva di fare). Ho sentito una grande libertà nella semplicità di esecuzione che è molto stimolante. Semplicemente qualcosa era cambiato. Ho voluto riscoprire attraverso il disegno questa esperienza che avevo avuto di una figurazione meno diretta, dove il frutto del lavoro non è più istantaneo. Dove tutto si estende nel tempo, rimandato fino alla stampa. Volevo disegnare mentre incisi. Che il mezzo del disegno non è più ridotto alla sua dimensione preparatoria, ma che culmina in cima al mio processo creativo, alla fine della giornata. Attraverso manipolazioni tecniche ed esperimenti chimici, sono arrivato ad un processo ibrido che mi permette di restituire attraverso il disegno le sensazioni che devo esprimere giocando con questa nozione di impronta che mi è cara.
Procedo per gradi, per stratificazione. Dopo un processo di ricerca e selezione dell’immagine da cui parte un lavoro di campionamento, di riquadratura o di spostamento, inizia la seconda fase del mio lavoro: la produzione di un collage digitale a partire da questi frammenti fotografici, queste rappresentazioni di corpi o pelli. E’ la fase di assemblaggio, il momento in cui disegno al computer e sottopongo le forme allo spirito del disegno. Un momento che mi permette di individuare ipotesi di lavoro e che inscrive il mio approccio in questo tempo che trovo necessario per eliminare le tracce sbagliate ed essere leale in relazione all’immagine e a ciò che voglio che dica. Da questo modello digitale, produco una sola stampa, un ingrandimento, che trasferisco a mano, grazie ad un processo chimico su carta giapponese. A questo punto del processo di stampa, ricongiungo il gesto corporeo nella mia pratica, che mi permette di rielaborare o affinare certe forme, confermare le scelte, accettare o causare incidenti e deviare dal collage iniziale per iniziare a lavorare sulla traccia. I compiti sono formati e sono quasi in astrazione o decostruzione. In ogni caso, la forma molto chiara che avevo assemblato sul computer è completamente alterata dal trasferimento. E’ come se fosse diluito in carta grazie ai solventi che uso. La marcatura ottenuta, quasi eterea, innesca la fase finale della creazione, quella del disegno “puro”, che mi permette di incidere il foglio di carta della mia linea di grafite e darle un’impronta ancora più profonda. Questo è il momento più intenso in cui posso abitare il disegno e muovermi verso una maggiore precisione delle forme, lavorando in modo lineare, o utilizzando polvere di grafite solida. Tutto diventa più chiaro e appare davvero. Per me, il disegno è il culmine, rimane intuitivo al momento della sua esecuzione ma, grazie a questi passaggi successivi, porta in sé una sorta di carica emotiva. Diventa la condensazione di un tempo di produzione molto lungo e risolve due stati apparentemente contraddittori della mia creazione, il virtuale e il reale. Due stati che in realtà riflettono un’unica ambizione: entrare nel materiale dell’immagine. Sia che si tratti di modellare o deformare i pixel zoomando su uno schermo, o quando cerco di riportare la carne alla grafite sulla grana di una carta le cui imponenti dimensioni mi permettono di entrare in ogni dettaglio.

M.P.: I tuoi disegni sono piuttosto “fotografici” e i tuoi personaggi sembrano emergere da un universo parallelo onirico.

M.B.: L’intersezione della stampa fotografica con l’uso della matita aggiunge alla dimensione ambigua delle mie immagini. La perfezione nell’accuratezza che il disegno in grafite mi permette di ottenere e la manipolazione delle fotografie trasferite che offrono questo aspetto quasi “fotogenico” alla mia linea, danno ai miei personaggi l’aspetto della vita. E’ come se fossero stati appena fotografati, quando non sono reali. Quindi c’è una strana impressione di vita generata dal mezzo stesso, che esploro per servire questo disordine.
Dal 2018 mi occupo di rappresentazione attraverso la ritrattistica in una serie di disegni dal titolo “Persona non grata”. L’impulso per questa serie è stato proprio il desiderio di produrre un disegno il cui realismo avrebbe sollevato dubbi sulla vera natura di ciò che sto mostrando. Per fare qualcosa che avrebbe la realtà solo in apparenza. Realistico ma surreale. Come un sogno, o meglio, come un sogno. Come queste immagini che attraversano la nostra mente e sono vere e perfettamente fuorvianti.
Per generare i miei volti, che sono quindi volti artificiali, ho tagliato, incollato e sovrapposto le caratteristiche di un numero considerevole di visi veri e propri di modelle prese da internet o da riviste di moda. Come Frankenstein, sono sia in officina che in laboratorio. La figura è ridotta allo stato superficiale e gli strati di pelle si fondono l’uno nell’altro. A forza di manipolare questa bellezza occidentale e stereotipata, i volti sono disegnati secondo le norme. Si assomigliano tutti, producendo un’impressione di “déjà vu” da un disegno all’altro e rendendo ancora più visibile il processo che avviene in ogni immagine e gli effetti di irrealtà che ne derivano. Le cifre, di cui alla fine non si conosce né la parte di vero né la parte di falso, sono intrappolate tra due stati opposti. Volti artificiali e volti naturali si scontrano e producono un gioco di ambivalenza tra realtà e illusione. È su questa ambivalenza che mi piace lavorare e che costituisce per me un interrogatorio sulla nozione stessa di rappresentazione, in cui il vero e il falso si intrecciano costantemente.

Ritratto di disegnatrice

Se tu fossi un disegno? Io sarei uno dei miei.

La tua tecnica preferita? Il trasferimento. L’atto di spostarsi da un luogo all’altro.

Qual è il mezzo più insolito per la creazione? La pelle.

“Disegnare e’ come…..”: Capire.

Marlène Pegliasco

Laureata in Storia dell’Arte e residente a Tolone, ho creato il blog Art In Var (www.artinvar.fr) per condividere con i miei lettori le ricche notizie artistiche di questo bellissimo dipartim...

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